venerdì 11 gennaio 2008

Milano calibro 9

Una città al sapore di piombo

Titolo originale: Milano calibro 9
Regia: Fernando di Leo
Anno: 1972
Produzione: Italia
Sceneggiatura: Fernando di Leo, Augusto Finocchi, Ingo Hermess
Durata: 97 min. (colore)
Genere: noir, thriller
Voto: 8,5

Piazza del Duomo, i navigli, parco Sempione, stazione centrale. Nell'immaginario comune la metropoli lombarda non è, necessariamente, un luogo bucolico e rasserenante, anzi, spesso è sinonimo di frenesia, caos, traffico e polveri sottili nell'aria grigiastra della pianura. Ma chi è che, pensando a Milano, e allo stereotipo (in gran parte retaggio degli anni Ottanta) della "città da bere", non si lascia andare all'immagine di lunghi aperitivi, di grandi negozi di moda, di animata vita sociale e, perché no, di domeniche (quando le partite si giocavano giusto la domenica) barricate all'interno del "tempio" di San Siro?
Qualche anno fa, in particolare negli oscuri Settanta, però esisteva una Milano profondamente diversa. Una Milano che poteva rappresentare al meglio la stragrande maggioranza delle più importanti città italiane (non a caso condivide con Torino, Genova, Roma e Napoli, i soggetti cinematografici a cui faceva da sfondo) che in quegli anni erano vittima di uno stato di terrore generalizzato e che trova riscontro nella triste, ma azzeccatissima definizione "di piombo".
Paranoia, claustrofobia e terrore erano il pane quotidiano di Stato, forze dell'ordine, mass media, gente perbene (e meno perbene) ed era naturale che anche il cinema e la letteratura se ne cibassero.
Dopo il boom economico l'Italia stava attraversando una fase di modernizzazione che ha portato con sé una serie di attriti e traumi che sono stati immortalati e ben rappresentati soprattutto da un autore letterario che ha avuto il merito di sdoganare un genere, il noir, che fino a quel momento era stata una prerogativa di scrittori di lingua anglosassone. L'autore risponde al nome di Giorgio Scerbanenco e il suo stile crudo e diretto, così lontano dalla tradizione letteraria nostrana, unito al fatto di aver superato la formalità del giallo classico (che necessita di un mistero da svelare) portandola alla più concreta, morbosa e forse per questo paurosa, dimensione di fatto di cronaca nera, è alla base di tutto un movimento cinematografico che imperò in quegli anni e che oggi viene definito (un po' semplicisticamente e, in alcuni casi, erroneamente) poliziottesco.
È da qui che registi come Fernando di Leo hanno pescato a piene mani per dar vita a una delle stagioni più intense e prolifiche del cinema nostrano, che contemplava, oltre ai già citati polizieschi e noir, anche una vasta produzione di pellicole di "genere" (dalla fantascienza al western, dall'erotico all'horror) che oggi sono quasi completamente scomparse dalle nostre sale.
Milano Calibro 9, probabilmente il migliore film del regista pugliese, pur presentando lo stesso titolo del libro di Scerbanenco, è in realtà una commistione di elementi presenti in diversi racconti pubblicati dallo scrittore di origine ucraina.
È considerato universalmente come la vetta del cinema italiano nel genere thriller e noir e vanta un numero consistente di estimatori anche all’estero (tra cui il regista pulp per eccellenza Quentin Tarantino). Si differenzia molto dai film polizieschi del periodo perché più che occuparsi della dicotomia guardia-ladro, preoccupandosi della risposta dello Stato all’imperversare della malavita, è un’analisi interna al mondo della malavita stessa, di come possa essere concepita in modi totalmente differenti e di come non esistano ruoli facilmente delineabili.
Milano ha un ruolo fondamentale perché alla base vi è anche un’analisi sociologica di quel periodo determinata dalla presenza sempre più massiccia di lavoratori (e qualche volta delinquenti) che provenivano dal Sud Italia, colpevoli in qualche modo di aver esportato il “prodotto” mafia anche al di fuori dei confini regionali. Le lotte di classe dei lavoratori, le contraddizioni interne alla polizia riformata nel 1970, i siparietti tra funzionari filo-comunisti e tra quelli filo-fascisti, condiscono una vicenda tremendamente reale e – parole dello stesso regista – morale. Morale nel senso che in un contesto come quello narrato dalla pellicola, non esistono certezze per lo spettatore: i valori possono cambiare in qualsiasi momento, i buoni non sono esattamente quello che sembrano, così come non lo sono i cattivi. Questo perché, fondamentalmente, non esistono ne gli uni ne gli altri. Esistono solo gli uomini con le loro debolezze e i loro difetti genetici.
Un cast di attori formidabili (su tutti Gastone Moschin e Mario Adorf), una dark lady (Barbara Bouchet) bellissima e fatale come il genere impone una storia tesa e dal ritmo serrato, una città che si affranca dal mero ruolo di sfondo diventando vera e propria protagonista, una splendida colonna sonora (realizzata dagli Osanna diretti da Luis Bacalov) a metà strada tra il rock-progressive e il luonge e, ovviamente, il tocco di un regista abile come il compianto di Leo, fanno di quest’opera un gioiello imprescindibile per qualsiasi amante di cinema.

venerdì 19 ottobre 2007

La maschera del demonio

Alle origini del cinema gotico italiano

Titolo originale: La maschera del demonio
Regia: Mario Bava
Anno: 1960
Produzione: Italia
Genere: horror
Durata: 84 min. (B/N)
Cast: Barbara Steele, John Richardson, Ivo Garrani
Voto: 8

Nel panorama della cinematografia italiana esistono autori declamati che rimarranno, con ogni probabilità, impressi nella memoria comune (oltre che sulla celluloide) in eterno. Esistono poi personaggi ingiustamente dimenticati, nonostante il loro contributo alla settima arte sia stato fondamentale. Fortuna che all’estero (Stati Uniti e buona parte dell’Europa) si ricordano ancora di un “piccolo e modesto” ometto che, da abile artigiano qual era è riuscito a trasformarsi in geniale artista, approfittando della metamorfosi che, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Settanta, coinvolse la società italiana, scandita – in buona parte – dalla nascita e diffusione della televisione. Il tanto discusso elettrodomestico accelerò il processo di laicizzazione mostrando a un pubblico in piena fase di ripresa post bellica e conseguentemente altamente ricettivo, un costume più spregiudicato e disinibito. L’opera di Mario Bava, attivo come regista dal 1960 al 1980, si inserisce proprio in questo contesto: dall’avvento della televisione di Stato al proliferare delle tv private, dalla produzione di melodrammi sentimentali imperante fino agli anni Cinquanta all’avvento dell’erotismo e della violenza che domineranno le pellicole degli anni Sessanta e Settanta. Cambiava il popolo, il modo di pensare e cambiavano le componenti delle storie che coinvolgevano il popolo stesso; una trasformazione veicolata soprattutto da due generi che conobbero il loro apice commerciale proprio in quel periodo: la commedia e l’horror. A Bava spetta, con unanimità di pensiero, la responsabilità dell’invenzione del cinema gotico italiano, e il primato (insieme a Riccardo Freda) per aver infranto il divieto di produrre pellicole appartenenti a un genere non gradito al regime fascista. Se è pur vero che il maestro ligure (sanremese per la precisione) attinge a piene mani dalle gesta di produzioni estere – quelle a lui contemporanee dell’inglese Hammer, e quelle più classiche della Universal degli anni Trenta e Quaranta – è altrettanto vero che riesce a permeare ogni sua opera con uno stile unico e originale, che nega il carattere di puro intrattenimento posto all’origine, grazie al connubbio di tre elementi differenti: il fantastico, l’ironia e la ricerca visiva, miscelati a una grande preparazione tecnica acquisita in anni di attività all’Istituto Luce, dapprima nel ruolo di operatore, poi come direttore della fotografia e in seguito come capo del reparto trucchi, imponendosi come realizzatore di effetti speciali. Tutta la sua abilità è condensata in questo monumentale esordio: “La maschera del demonio” sottolinea anche la sua capacità di stravolgere un’idea di partenza, di rielaborare una sceneggiatura che, tratta da un racconto di Gogol carico di ironia, atmosfere surreali e atteggiamenti fantastici, si trasforma in un condensato di crudeltà, ribrezzo e macabro. Avvolto da un paganesimo atavico ammantato di Romanticismo risulta totalmente estraneo all’opera originaria di Gogol. Unico elemento a permanere è quel senso di precarietà tipico delle rappresentazioni della nobiltà russa che avrà in Checov uno dei suoi massimi cantori. Non mancano i riferimenti al Dracula letterario e all’eterna contrapposizione tra Bene e Male, ma l’elemento centrale ruota attorno alla minaccia al tabù morale, prodotto dal “mostro” sotto forma di provocante fanciulla, attraverso comportamenti sessuali giudicati dalla società (e a maggior ragione da quella di quarant’anni fa) devianti e perversi, creando un effetto di repulsione-attrazione per mezzo di immagini “scandalose”. Tema che resterà predominante per quasi un ventennio, almeno finché il pubblico non risulterà sufficientemente smaliziato e avrà bisogno di ben altri incubi e paure per poter essere appagato in modo soddisfacente. Ad incarnare questo seducente terrore troviamo una giovane quanto affascinante Barbara Steele, che con i suoi particolari lineamenti, avrà un ruolo fondamentale nella nascente poetica della “ginecofobia”, come è stata definita da alcuni esperti del cinema di quel periodo. La struttura della pellicola è contraddistinta da una sorta di dicotomia riscontrabile sia nella caratterizzazione dei personaggi (su tutti, ovviamente, il doppio ruolo della protagonista), sia in quella dei luoghi: la contrapposizione tra la locanda (e il villaggio che essa rappresenta) e il misterioso castello è un altro chiaro rimando alla letteratura Ottocentesca. Ma Bava, con un’intuizione geniale, si diverte a mettere in discussione certe convenzioni, associando, per quasi tutta la durata del film, il male alla luce – basta pensare al volto della strega Asa, nella seqenza iniziale che mostra la sua esecuzione, illuminato da un bagliore quasi “sacro” – paragonato al buio che avvolge i sarcedoti – che starebbero invece a simboleggiare il bene. Il castello e i giardini che lo circondano appaiono in evidente disfacimento e simboleggiano il degrado morale degli stessi personaggi. Gli altri immancabili ambienti, comuni ad ogni classico film horror, sono il bosco dalla fitta vegetazione che avvolge la carrozza su cui viaggiano i due dottori, e il cimitero, luogo sconsacrato, da cui risorgono le vittime della strega per compiere il suo volere. Bava condisce tutto con un bellissimo bianco e nero che gli permette oltretutto di mostrare quello che, fino a prima di lui, veniva considerato non mostrabile, restituendo al genere fantastico quella fisicità che gli appartiene di diritto. Il bianco e nero assurge a nuovo mezzo comunicatore mantenendo immutato, al contempo, il fascino del suo gusto retrò. Per accorgersi della grandezza di quest’opera è sufficiente recuperare il dvd edito dalla RHV e ammirare, oltre al film, il documentario “Mario Bava: Maestro of the Macabre”, ascoltare le testimonianze di registi come Tim Burton, John Carpenter o Joe Dante, che tessono giustamente le sue lodi, così come nessun altro in Italia ha mai fatto sufficientemente e, magari, commuoverci per un passato remoto che non tornerà più.

Articolo di Davide Battaglia
pubblicato su Viaggia l'Italia n°35, Clementi Editore, dicembre 2006

lunedì 15 ottobre 2007

Planet Terror

L'allievo supera il maestro

Titolo originale: Planet Terror
Regia: Robert Rodriguez
Anno: 2007
Produzione: USA
Genere: horror/fantascienza
Durata: 115 min.
Cast: R. McGowan, M. Shelton, M. Parks, F. Rodriguez, J. Brolin, B. Willis, Q. Tarantino
Voto: 8

Giudizio personale e per questo opinabilissimo, ma se il più capace, elaborato e colto Quentin, nel suo Death Proof, rimane un po' indeciso su quale direzione prendere, appesantendo il suo film da un paio di scene estremamente lunghe e noiose, condite da dialoghi non all'altezza della sua fama, il figliol prodigo Robert centra in pieno il bersaglio con il suo esageratissimo contamined movie, che strizza l'occhio al cinema di Lenzi (in particolare al trashone "Incubo sulla città incontaminata"), di Romero, di Carpenter e al suo "Dal tramonto all'alba".
La trama di questa nefanda meraviglia è quanto di più banale e stereotipato possa esistere: una preoccupante e misteriosa arma chimica, dall'aspetto di una nube verde, si propaga in una cittadina statunitense di provincia, causando mutazioni in quasi tutti gli abitanti, fino a trasformarli in creature simili a zombie. Fortunatamente, non tutti vengono colpiti dalla nube; tra questi, Cherry (Rose McGowan), una ballerina di go-go dance e il suo ex ragazzo Wray (Freddy Rodriguez), tenteranno di porre fine alla minaccia dei mutanti affrontando anche con un battaglione dell'esercito comandato da un ufficiale senza scrupoli (Bruce Willis).
La bravura di Rodriguez risiede nel fatto che la sua pellicola, presentando tutte le caratteristiche tecniche riscontrabili in quella di Tarantino (graffi, spuntinature, bobine che sono andate perdute o che, improvvisamente, prendono fuoco... con tanto di messaggio di scuse), può giovare di un maggiore ritmo, di una maggiore ironia, di una maggiore tensione e, grande sorpresa, perfino di una sottotrama amorosa, particolarmente azzeccata.
Che il film risultasse un grande giocattolone con l'unico scopo di divertire, si sapeva, ma che il regista fosse in grado di metterlo in scena con questa enorme carica ironica, non era altrettanto scontato. Fatto che rende "Planet terror", per certi aspetti, perfino superiore a "Dal tramonto all'alba".
Insomma, il difetto della metà di Tarantino risiede nel fatto che in alcuni casi sembra volersi prendere troppo sul serio e di cadere in qualche autocelebrazione di troppo; il pregio di quella di Rodriguez, seppure il tipo di pellicola probabilmente si prestava di più già in partenza, è invece quello di dimostrarsi totalmente divertente e folle, dal primo all'ultimo fotogramma.
Tutte queste considerazioni, devono essere prese per quello che sono e tenere presente il fatto che, in Europa, siamo stati costretti a visionare (colpa dello scarso successo al botteghino negli USA) un'opera diversa da come era stata concepita inizialmente.
Rimane la constatazione che l'operazione nel suo complesso merita un plauso e possa dirsi felicemente riuscita, non limitandosi a una semplice riproposizione di un genere che oggi non esiste più, né tantomeno a una banale parodia.
Grindhouse è un atto d'amore verso il cinema... esattamente come lo è 8 e 1/2 di Fellini.

Davide Battaglia

martedì 2 ottobre 2007

Hajime Sorayama

Lei, robot
Nato in Giappone nel 1947, Hajime Sorayama si laurea nel 1968 presso la Chuo Art School di Tokyo, e fin dai primi anni Settanta dà inizio alla sua brillante carriera, ampiamente documentata attraverso numerose pubblicazioni e mostre internazionali. Sorayama è infatti uno dei leader indiscussi nel campo dell'arte erotica, a livello erotica mondiale. Con il solo uso del pennello e della matita realizza opere che esplorano il tema dell'erotismo incentrandolo sull’esaltazione del corpo femminile, accarezzandone le infinite varianti: dal glamour ultrapatinato allo stile retrò delle pin-up, fino alle più moderne tendenze delle donne cyborg e dell'estetica fetish di ultima generazione.
L'autore è famosissimo per le sue illustrazioni, al punto tale che è stato adottato il termine super-realismo, per definire il suo stile in un connubio di fantasia e immagini reali tanto sottile da lasciare il dubbio se le sue opere siano fotografie rese disegni. Le sue illustrazioni si differenziano in due correnti: quella che ripresenta la sensualità del corpo femminile e quella che affronta il tema della tecnologia futuribile. È naturale pensare che le due correnti spesso si fondano in rappresentazioni che pescano a piene mani dalle varie simbologie dell'erotismo, della mitologia, dalla biomeccanica e dalla fantascienza. La sua tecnica è molto raffinata: l'artista incide su fogli d'acrilico i contorni e i tratti principali del disegno, evidenziando solo alcuni particolari.
Il suo primo libro dal titolo "Sexy Robots" risale al 1983. A questo hanno fatto seguito una ventina di straordinari volumi, tra cui l’omonimo "Hajime Sorayama" (pubblicato dalla Taschen nel 1989), "Venom" (uscito nel 2004 in ben quattro edizioni e lingue diverse), fino al recentissimo "Relativision", pubblicato nel 2007.
La prima mostra personale di Sorayama si è tenuta nel 1988. Da allora, l’artista ha esposto svariate volte in Giappone, negli USA, dove nel 1996 gli fu assegnato il prestigioso premio Vargas Award, e in Germania (a Monaco e Colonia). Il 2005 ha visto la sua prima esposizione a New York, oltre all'apertura di un vero e proprio showroom dedicato interamente alla sua arte. Tra i più recenti successi di Sorayama, va anche ricordata la realizzazione per la Sony di "AIBO", il cucciolo di cane robot, oggi entrato a far parte della collezione permanente del MOMA, per il quale l'artista ha ricevuto due importanti riconoscimenti: il "Good Design Grand Prize Award" e il "Media Art Festival Grand Prize Award". Si sta concludendo proprio in questi giorni a Roma, presso la Mondo Bizzarro Gallery, la prima personale italiana di questo artista giapponese.
www.sorayama.net

venerdì 28 settembre 2007

Proprio a te


Se ti dicessi che quello che stai leggendo non è un racconto, ci crederesti? Questa è una confessione… no, anzi… è molto di più. Puoi ritenerti un privilegiato perché almeno quando accadrà, saprai qualcosa in più degli altri.
Lo so che stai pensando che è solo una trovata stilistica e, probabilmente, nemmeno tanto originale, ma è proprio questo il bello. Posso dire tutto quello che voglio, tanto chiunque penserà ad un banale racconto. Solo io so qual è la verità… in ogni caso la mia coscienza resterà pulita e queste righe si confonderanno tra milioni di altre sparse nella rete, tra una miriade di siti come questo. È il mio piccolo potere. Ti piacerebbe sapere che mentre scrivo, i miei polpastrelli stanno insozzando di sangue la tastiera… è scuro, sai? Più scuro del rosso che avevo immaginato. E poi, lo sai che sensazione ti da, stringere un cuore tra le mani e sentirlo ancora pulsare, spremerlo al punto da farlo scoppiare? No, cosa vuoi sapere tu… continua pure a leggere al sicuro nella tua cameretta o nel tuo ufficio… attento però che il capo non se ne accorga! Ti senti così estraneo agli orrori del mondo… cosa vuoi che capiti, proprio a te?! Sai cos’è un’altra cosa divertente? Anche lo stronzetto che se ne sta qua per terra col torace aperto in due, pensava la stessa cosa, qualche attimo prima… Credi che sia un mitomane? Un pazzo? Un semplice maniaco? No… io sono qualcos’altro, sono materia generata dalla tua stessa mente. Sono qua, scorro tra i cavi, sotto i tasti, tra i pixel. Credi che sia facile vivere così? Che sia possibile per un essere umano? Continui a non prendermi sul serio, lo so… è inutile che fingi di essere interessato!
Vuoi vedere che ora cambi idea?!
Dai, girati...

Componimento di Davide Battaglia (agosto 2004)
Finalista al concorso “300 parole per 1 incubo” - 3a edizione - www.scheletri.com

mercoledì 22 agosto 2007

L'ultimo uomo della Terra

Quando Vincent sbarcò in Italia

Titolo originale: Last man on earth
Regia: Ubaldo Ragona – Sidney Salkow
Anno: 1964
Produzione: Italia-USA
Genere: horror/fantascienza
Durata: 86 min.
Cast: Vincent Price, Franca Bettoja, Giacomo Rossi Stuart
Voto: 7,5

Fino all’ultimo non sapevo se scrivere qualcosa sul film o sul romanzo. In effetti, almeno negli ultimi tempi, guardo molti più film di quanti libri legga, seppure sia fermamente convinto (e non sono certo l’unico) che, nella maggior parte dei casi, la carta sia più forte – artisticamente parlando – della pellicola.
Insomma, come al solito mi ritrovo a parlare del film, ma questa volta la motivazione è più che valida. Seppure anche in questo caso il libro sia decisamente superiore, c’è anche da dire che è un libro piuttosto celebre e su cui sono state già scritte parecchie cose, mentre il film (che è un buonissimo film) è stato sempre snobbato, se non addirittura dimenticato.
Qualcuno recentemente l’ha riscoperto (il sottoscritto compreso) grazie ancora una volta a quel piccolo e magico oggetto che risponde al nome di dvd.
Sto parlando de “L’ultimo uomo della Terra” di Ubaldo Ragona (o come dice Dardano Sacchetti nel documetario che compare negli extra, di Sidney Salkow) e del suo corrispettivo cartaceo, “Io sono leggenda” (qualcuno però lo conosce con il titolo della sua prima - e infedele - traduzione italiana, “I vampiri”) di Richard Matheson.
La genesi di questo piccolo gioiellino è abbastanza travagliata: la prima sceneggiatura di Matheson fu rifiutata dalla inglese Hammer che cedette il progetto all’americana "Associated Producers Inc.". Quest’ultima lo propose all’italiana "Produzioni La Regina", la quale accettò la collaborazione imponendo però parte del cast e della troupe. Se dalle fonti appare difficile attribuire la regia a Ragona o Salkow, è più che probabile che la verità stia nel mezzo e che il passaggio di testimone sia stato dovuto all’insoddisfazione del divo Vincent Price nei confronti della produzione italiana.
C'è da dire che anche Matheson non rimase particolarmente soddisfatto del lavoro e scelse così di firmarlo con lo pseudonimo di Logan Swanson.
A discapito delle tante critiche dell’epoca che ne hanno sicuramente compromesso il successo e seppure non raggiunga la complessità, l’angoscia e la forte critica sociale del romanzo, “L’ultimo uomo della Terra” è un film notevole, girato con pochi soldi in uno splendido e quasi gotico bianco e nero all’Eur di Roma, resa dall’abilità di Franco Delli Colli così spettrale e inquietante come mai prima (ma neppure in seguito, direi) si era vista al cinema.
Un film notevole anche perché antesignano dei tempi e precursore di tutto il filone zombesco (i “vampiri” con cui ha a che fare Vincent Price assomigliano molto agli zombi romeriani), oltre che di quello catastrofico o apocalittico.
Importante per la metafora, ripresa appunto da George Romero quattro anni più tardi ne “La notte dei morti viventi”, dell’uomo asseragliato dietro le sue paure, ma anche per il suo valore simbolico (quasi mistico) rappresentato dall’uomo illuminato che si proclama salvatore dell’umanità e che invece si ritrova ucciso da moderni farisei.
Opprimente, malinconico e profondamente pessimista, in una parola: consigliatissimo. Tenetelo a mente quando, prossimamente, sarà proiettato “I am legend” di Francis Lawrence, con Will Smith protagonista.

Davide Battaglia

martedì 24 luglio 2007

2010, l'anno del contatto

Storia di un sequel incompreso

Titolo originale: 2010: the year we make contact
Regia: Peter Hyams
Anno: 1984
Produzione: USA
Durata: 114 minuti
Genere: fantascienza
Voto: 7

Esistono tante forme di delitto e, nella maggior parte dei casi, non si tratta mai di "delitto perfetto". C'è sempre un impercettibile dettaglio che sfugge anche al più scaltro e freddo fuorilegge che conduce gli inquirenti sulle sue tracce, condannandolo al più classico degli epiloghi.
Ci sono poi delitti che di perfetto non hanno nulla e che, anzi, nel
loro folle percorso disseminano una quantità tale di indizi da autocondannarsi fin dalla prima mossa. In campo cinematografico, la perfetta esemplificazione del delitto imperfetto - il gioco di parole è voluto - è secondo me rappresentata da Jerry Lundegaard, il venditore di auto del Minnesota inguaiato dai debiti, che nella pellicola "Fargo" dei fratelli Coen, commette una serie di errori macroscopici che precipitano in una spaventosa scia di sangue che porterà la poliziotta Marge Gunderson ad arrestarlo con una facilità disarmante.
Questa premessa, che poco o nulla c'entra sia con la fantascienza, sia con il film di Peter Hyams, era necessaria per esprimere le titubanze che, all'epoca dell'uscita di "2010, l'anno del contatto" colsero una grossa fetta di pubblico e critica (perlomeno quella parte che considera "2001, Odissea nello spazio" come la più alta espressione d'arte del secolo scorso).
Solo un pazzo può pensare di mettere mano al più grande capolavoro della storia del cinema e credere di restare indenne. Ecco perché già dal momento in cui si pensò di realizzare il sequel di 2001 si stava commettendo il più atroce e imperfetto dei delitti, destinato a non rimanere impunito a lungo.
Delitto che risulta ancora più insopportabile se poi viene inteso come tentativo di spiegare (e quindi banalizzare) l'opera di Kubrick.
Il problema di fondo di questo film è proprio quello di essere considerato normalmente come il seguito di quello del grande regista inglese, dimenticando totalmente che esiste uno scrittore (e per di più scienziato), tale Arthur C. Clarke che, partendo dal suo racconto "La sentinella" ha, in seguito, realizzato una quadrilogia di romanzi di cui "2010: Odissea due" è il secondo capitolo (esistono poi "2061: Odissea tre" e "3001: Odissea finale").
La pellicola di Hymas è in effetti la fedele trasposizione di questo libro che, a differenza del suo illustre predecessore, non vuole entrare nei meandri della psiche umana o porre domande che ancora oggi, a distanza di quarant'anni, non hanno ricevuto risposte (anzi qualcuno si sta ancora chiedendo esattamente quali fossero queste domande), ma vuole essere sostanzialmente una storia di fantascienza classica, o "hard" se preferite, termine che non ha nulla a che intendere con le "luci rosse", ma sta a significare la stretta correlazione con la verosomiglianza scientifica.
Certo, non mancano i riferimenti a una vita (entità?) superiore e alla nietzscheana figura del superuomo, impersonata dal "redivivo" Dave Bowman, ma sono episodi sporadici che si insinuano in una trama abbastanza lineare.
In questo senso e dimenticandoci (so che è più facile a dirsi che a farsi) per quelle due ore scarse dell'"ingombrante" sagoma del Maestro, 2010 è un film godibilissimo che tiene incollati allo schermo con il suo crescere di tensione, le sue spettacolari immagini e la sua miscela di azione e introspezione psicologica.
Resta solo una domanda che Hymas ha volutamente lasciato in sospeso: come si evolverà la vita su Europa?
Spero che il terzo romanzo di Clarke dia qualche risposta, perché, per ora, nessuno ha osato realizzare un terzo film sull'Odissea...

Davide Battaglia